fecondaMente – Le origini del mondo

scultura, installazione, progetto

a cura di Stefano Riccardo Gualdi e Alessandra Vaccari

Copertina del catalogo della mostra
Catalogo della mostra - Nuova saletta dei Civici Musei di Reggio Emilia
29 novembre / 23 dicembre 1997

Maria Angela Capossela, Antonella De Nisco, Barbara Quinti, Vania Tinterri.

Testi di Gian Maria Annovi, Massimo Bassi, Roberto Montanari, Giorgia Valentini e uno scritto di Mariangela Guatteri.

uno scritto di Mariangela Guatteri

Questo scritto proviene da un’opera ipermediale: In Alto Le Ossa (dentro al corpo si fonde la coscienza), realizzata tra il 1994 e il 1997. Il testo originario è intitolato Non luogo. Verrà rielaborato in anni successivi e utilizzato nella performance LOGOMACHIA. Disputa sull’uso e il valore delle parole. Per un ecosistema del linguaggio, 2009, e in una parte del romanzo inedito Stati d’assedio.

In un’economia passiva, in cui si consuma soltanto, ciò che resta dopo aver consumato rimane privo di senso, in quanto ogni possibilità produttiva rimane insondata.
Nell’economia di un pensiero lo scarto può invece rientrare all’interno di un ciclo nel
quale la prassi del ricupero conduce ad una proliferazione semantica e alla creazione di una mappa mentale caratterizzata dall’imprevedibilità dei percorsi.

Dentro al corpo si fonde la coscienza

Appurato che mi trovo nella condizione di essere un corpo ingombrante lo spazio e che ogni mio punto soddisfa una condizione di coincidenza rispetto ai miei medesimi punti dello spazio e che tale condizione mi colloca inevitabilmente in una porzione di spazio ben definita e circoscritta con la quale mi sento di poter stabilire
precisi confini la cui natura implica una necessaria separazione nonché la definizione di un dentro e un fuori rispetto a questi stessi miei confini e quindi questo dentro e questo fuori sottintendono una differenza di condizione nella quale io mi trovo essendo dentro ai miei stessi confini mentre il restante spazio è fuori da questi dato che avendo io dei confini sono luogo dei miei stessi punti e questa considerazione mi fa affermare che io sono ancora un volta corpo nello spazio che oppone dei limiti allo spazio sono luogo del mio corpo e il mio luogo è il corpo molto tranquillizzante sapere dove si è ora e anche perché si è qui dentro e i punti che vi dimorano rimangono sempre sotto il controllo del mio ragionare su di essi
punti dello spazio convergenti sul mio corpo e ora per sempre miei raschiati dallo spazio e appiccicati a questo mio corpo ben distinto da tutto quanto resta al di fuori di esso perché io sono dentro molto ben protetto dai miei confini percepisco sempre più chiaramente ogni infinitesima entità che mi appartiene la sento distintamente senza più avere la necessità di toccarla senza più avere la necessità di strapparla ogni istante allo spazio che mi circonda e che rispetto a me è tutto un resto da lasciare altrove naturalmente in nessun luogo ho connotato lo spazio scoprendo l’agglomerato dei miei punti dello spazio che ora viene definito e connotato nel momento in cui il corpo lo ha penetrato stabilendo l’esistenza di un luogo e di un restante non luogo replica dell’assenza la sospensione della coscienza altrimenti fusa dentro un corpo stipato dentro tutti i suoi punti modulari infinitesimi enti geometrici perfettamente distinti l’uno dall’altro ognuno dentro il suo proprio luogo e se ognuno di loro avesse un resto di spazio tutto intorno a definire confini ognuno di loro sarebbe corpo calotta molto liscia che s’arrotola nel bianco pastoso che compone il suo rispettivo corpo sezione orizzontale di testa indurita massa rappresa a testimoniare il passaggio di qualche segmento di tempo
(…) corpo che occupa lo spazio nel momento in cui una parte della moltitudine dei
moduli spaziali si è organizzata in struttura funzionale alla determinazione di questo corpo modulare che spia pedantemente ogni sua microscopica parte conficcandovi dentro ogni suo pensiero per indagare i confini che la separano dal resto dello spazio non luogo straniato
fuori dal corpo duro e grumoso G R U M O pronunciato con durezza cavato da un torace schiacciato e privo di qualsiasi dinamica iniziativa e afflitto da congenita apatia e il cui movimento più esplicito è quello di proiettare in
fuori lo sterno a cui aderisce una pelle stirata grigia o rosagrigia e priva di pori
che rimanda sughi sputacchiati nella sacca dello stomaco per saggiarne la consistenza
verificando che sia composta di punti che contemplano
l’equilibrio raggiunto tastando con uno solo dei loro punti la porzione di spazio definita dal piano che ospita nel suo luogo uno solo di essi che con molta attenzione crea compatti lembi ordinatamente ripiegati su se stessi perché lo spazio sia equo per tutti e razionalmente utilizzato all’interno di
venticinque
centimetri per venticinque per
venticinque
allocati nel punto preciso in cui due semipiani s’incontrano nell’angolo e che hanno consumato lo spazio dentro nel tentativo di dilatare il confine del loro luogo per scaraventarsi
fuori
in caduta libera
trascinandosi addosso tutto il corpo
dentro duro
fuori molle
fuori significa arrivare a espandere in basso
in un basso che non asseconda l’urto
tutti gli infiniti punti che mi compongono come neurocranio
pensante e
capace di
determinare un evento cominciando ad
autodigerirmi
appropriandomi di funzioni fisiologiche non coerenti con
l’anatomia canonica attivando processi in cui l’autodeterminazione conta più dell’ordine ufficiale delle cose
comincio a risucchiare dalla superficie untuosa che mi racchiude
parti del volume carnoso che mi sono proprie
e già sbattute e risbattute come fossero arieti da sfondamento
aspiro con potenza queste placche proteiche per riportarle a me stesso e
perché queste
mi rendano me stesso
e non importa in quale forma

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